Ago
03

ESTATE - Seconda Parte

Posted by Francesco Riso


III

 

Un segmento di lucertola

guizza sulle pietraie

nella luce che snida

il seme della vita.

 

Geme da ogni fessura

la terra

sotto un cielo di fosforo.

 

 

 

 

 

IV

 

Distendo al sole il corpo

mutilato

e mi lascio bruciare.

 

Come un sasso

muto

vorrei riposare

in un oceano di luce gialla.

 

Ma i papaveri sanguinano.

 

Un diavolo zoppo insegue nei campi

nere fanciulle in calore.

 

Io fui generato una notte

nel delirio del Dio che danza.

 

 

Mar
04

ESTATE

Posted by Francesco Riso


I

 

Una lucertola assetata

vola nel grembo di un fiore.

 

Siede l’ombra sotto un ulivo

e sorseggia il sonno.

 

Fantasmi di contadini cantano

e mietono il grano

Hanno falci lucenti

hanno occhi neri

hanno bocche nere di more.

Baciano ragazze piene

come spighe di grano maturo

E si fanno il segno della croce.

 

Ma un uomo è morto di notte

strozzato nel suo letto da tre nodi

di corda intorno al collo

per i suoi occhi neri di mora.

Me lo raccontano

come una favola antica

come una fascinazione

quando uomini e donne cantavano

cogliendo spighe d’oro,

si amavano come il vino

nel fuoco dei covoni

e avevano paura del malocchio.

 

 

 

 

II

 

Nel Sud siamo

smarriti in vortici di luce

che dilania orizzonti.

 

Ulivi smembrati

e cicale polverizzate

 

Una lucertola assetata

non trova più le orme

 

All’ombra di un pino

dorme il silenzio.

Gen
11

ANTENATI- (1970-1980) Quarta Parte

Posted by Francesco Riso


XXI

 

PROGRESS

 

Non vola più un passero per questo cielo.

L’ultimo l’ha trafitto un cacciatore per gioco.

 

Ruspe trattoti martelli pneumatici

Prodotti chimici cavi d’acciaio

Proiettili di luce.

 

Si, siamo in Progress!

Avremo un cielo brulicante di antenne

E pannelli solari e solfurei veleni.

Costruiremo il nostro geometrico mondo

Di sentinelle d’acciaio e cemento armato

Su questa terra di luci mannari.

 

Si è chiusa l’era della macchia

E degli stormi di passeracei

Che oscuravano il cielo di mio padre

Felice di darmi la sintassi

Per partecipare a premi letterari!

 

 

 

XXII

 

I DODICI

 

Quando monaci rissosi volavano

tra gli alberi e l’orizzonte

era il confine della terra, gatti

neri succhiavano latte da gonfie

mammelle di donna e spiriti invidiosi

passeggiavano oltre la gialla luce

dell’unico fanale sulla strada.

 

Uomini stanchi si lavavano

in bacinelle verderame

e la notte amavano donne nell’oscuro

silenzio con diritto di re.

 

Mia zia ebbe dodici figli e la cena

era un rito. Il padre tagliava

in trasparenze pane e vino e al centro

del tavolo regnava un grande piatto

di legumi.

 

Bimbo non piangere

o viene il lupo cattivo,

ninna nanna, ninna nanna.

Il succo di papavero nella bottiglia

ninna nanna, ninna nanna.

Il seno della madre sapeva di menta

ninna nanna, ninna nanna.

Dodici figli che parevano querce

ninna nanna, ninna nanna.

 

Lei aveva capelli neri sempre

unti d’olio d’oliva e la domenica

si mordeva le labbra a sangue.

Si pettinava sull’uscio di casa

con un pettine nero

ed aveva la testa brulicante

di pidocchi. Dormiva in una stanza

con undici fratelli

e la notte di San Giovanni rompeva

un uovo per decifrare il suo destino.

 

Nella terra il suo corpo

era un  ciottolo al sole

dolce al morso delle  tarante.

Undici fratelli la vegliavano

perché aveva neri capelli e neri occhi.

 

Quando il lupo mannaro ululava

negli ulivi e ogni suo capello nero

veniva raccolto perché il vento

non lo portasse via,

la zingara fece il malocchio al primo figlio,

il gatto nero tagliò la strada al secondo,

il terzo morì di vaiolo,

Mussolini mandò il quarto a morire in Africa,

il quinto emigrò il America e nessuno l’ha più rivisto,

il sesto lavora in Svizzera,

il settimo era un poliziotto e l’hanno ammazzato,

l’ottavo fa il muratore,

il nono l’extasy l’ha reso demenziale,

il decimo è un professore

e l’undicesimo un disoccupato;

e lei neri capelli neri occhi

continua a pettinarsi sull’uscio di casa.

Ott
30

ANTENATI- (1970-1980) Terza Parte

Posted by Francesco Riso


X

 

L’uomo del sud

ha sempre la “ coppula”

Le toppe al sedere

e alle ginocchia,

i denti marci

E fuma una pipa annerita

Che puzza millenni.

 

L’uomo del Sud

Ha un paio di scarpe chiodate,

Un mocassino per la domenica,

Ma cammina sempre

A piedi nudi

E spera nella fortuna.

 

L’uomo del Sud

Ha la piazza, la bettola, gli amici,

un bicchiere di vino nero

e un corpo di donna paziente che aspetta

la fine del giorno.

 

 

XVIII

 

ANTENATI

 

L’uomo del Sud

Lavora dodici ore al giorno,

ha la pelle cotta dal sole,

Cammina a piedi nudi

Per non consumare scarpe,

Maledicendo la sua “ malasorte “

E non si sposa senza casa.

 

La donna del Sud

Vive aspettando giorni

Che il sole non ha mai illuminato,

spulciando grossi e neri pidocchi

da teste profumate di flit.

Umile e devota sacerdotessa

Della casa piena di Santi,

rammenda all’ombra del pergolato

tesori nascosti.

Ago
18

Effetto Farfalla

Posted by Francesco Riso

farfalla.jpg

L’immagine che sta girando su internet con il nome EFFETTO FARFALLA mi appartiene con il nome di FARFALLA IO. Sono rimasto sorpreso nello scoprire che questa immagine gira su internet senza la mia autorizzazione.

Apr
21

ANTENATI - (1970 - 1980) SECONDA PARTE

Posted by Francesco Riso

 

IV

Non rimarrà di voi memoria:

forse qualche volto tramortito

in foto tra carte dimenticate

negli angoli oscuri dei ripostigli.

Qualche frase o aneddoto

Che racconteranno ai figli

I nostri figli, se pure tempo rimane

Per raccontare. Già le vostre case

Si abbattono come ruderi fatiscenti.

Sorgono grandi ville nella terra

Rossa fra gli ulivi fruscianti

Per i vostri eredi, e tace il traino

Sull’asfalto, o si sente un solitario

Tramestio di qualcuno che si attarda.

V

Colline di paglia in un cielo

Brulicante di pula. Nel silenzio

Della trebbiatrice e dei trattori

Un concerto di grilli e di cicale

Quasi dimenticato nel giro

dei motori. L’aia un tempo

era una giostra coi cavalli,

ora è cieco rumore di ferraglie,

polvere, e sudore.

Di te padre c’è in me

la lenta mestizia del bove

e il tacito affanno.

Vorrei trovare la parola

E il verbo per gridarlo.

Scrollarmi dalla schiena il gioco.

 

Apr
02

ANTENATI- (1970-1980)

Posted by Francesco Riso

 

I

 

Per le strade raccoglievi fianta

Di cavalli ancora calda e portavi

Bisacce sulle spalle scarnite

Dove pane cipolle e qualche oliva

Nera erano pranzo e cena,

E non sognavi che un giorno migliore.

Al tempo degli omogeneizzati,

Delle vitamine sintetiche,

Del borsone invicta, volevo

Dimenticare passato e presente,

Seppellire ancora vivo la tua storia,

Per non ricordare, quant’era amaro

Il nero grasso di tabacco sulle dita.

Lasciai quindi crescere la gramigna

nel tuo orto, portai la mia croce a Nord.

 

 

III

 

Non rimarrà di voi memoria:

forse qualche volto tramortito

in foto tra carte dimenticate

negli angoli oscuri dei ripostigli.

Qualche frase o aneddoto

Che racconteranno ai figli

I nostri figli, se pure tempo rimane

Per raccontare. Già le vostre case

Si abbattono come ruderi fatiscenti.

Sorgono grandi ville nella terra

Rossa fra gli ulivi fruscianti


Per i vostri eredi, e tace il traino

Sull’asfalto, o si sente un solitario

Tramestio di qualcuno che si attarda.