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ANTENATI
Posted by Francesco RisoANTENATI
Francesco Riso

EXERGO
Ma lasciamo un memento questa città,
andiamo nel sonno,
andiamo a vedere che succede.
(Vittorio Bodini-La luna dei Borboni-7
Edizione A. Mondatori)-anno 1972
ANTENATI
Francesco Riso

Ma lasciamo un memento questa città,
andiamo nel sonno,
andiamo a vedere che succede.
(Vittorio Bodini-La luna dei Borboni-7
Edizione A. Mondatori)-anno 1972
STIGMA-
( O SULLE TRACCE DI MELISENDA )
Francesco Riso

FANTASMA N.1-tecnica mista su compensato 70×70
LUCE-COLORE-MITO
Francesco Riso
Volo di Farfalle
LA DANZA DELLA NUOVA TARANTA-(CONTRASTO
Francesco Riso

Tarantate a Leuca-stampa digitale di Francesco Riso
Su foto di Barbara Ledda

Tarantate a Leuca-stampa digitale di Francesco Riso
Su foto di Barbara Ledda
III
Un segmento di lucertola
guizza sulle pietraie
nella luce che snida
il seme della vita.
Geme da ogni fessura
la terra
sotto un cielo di fosforo.
IV
Distendo al sole il corpo
mutilato
e mi lascio bruciare.
Come un sasso
muto
vorrei riposare
in un oceano di luce gialla.
Ma i papaveri sanguinano.
Un diavolo zoppo insegue nei campi
nere fanciulle in calore.
Io fui generato una notte
nel delirio del Dio che danza.
I
Una lucertola assetata
vola nel grembo di un fiore.
Siede l’ombra sotto un ulivo
e sorseggia il sonno.
Fantasmi di contadini cantano
e mietono il grano
Hanno falci lucenti
hanno occhi neri
hanno bocche nere di more.
Baciano ragazze piene
come spighe di grano maturo
E si fanno il segno della croce.
Ma un uomo è morto di notte
strozzato nel suo letto da tre nodi
di corda intorno al collo
per i suoi occhi neri di mora.
Me lo raccontano
come una favola antica
come una fascinazione
quando uomini e donne cantavano
cogliendo spighe d’oro,
si amavano come il vino
nel fuoco dei covoni
e avevano paura del malocchio.
II
Nel Sud siamo
smarriti in vortici di luce
che dilania orizzonti.
Ulivi smembrati
e cicale polverizzate
Una lucertola assetata
non trova più le orme
All’ombra di un pino
dorme il silenzio.
XXI
Non vola più un passero per questo cielo.
L’ultimo l’ha trafitto un cacciatore per gioco.
Ruspe trattoti martelli pneumatici
Prodotti chimici cavi d’acciaio
Proiettili di luce.
Si, siamo in Progress!
Avremo un cielo brulicante di antenne
E pannelli solari e solfurei veleni.
Costruiremo il nostro geometrico mondo
Di sentinelle d’acciaio e cemento armato
Su questa terra di luci mannari.
Si è chiusa l’era della macchia
E degli stormi di passeracei
Che oscuravano il cielo di mio padre
Felice di darmi la sintassi
Per partecipare a premi letterari!
XXII
I DODICI
Quando monaci rissosi volavano
tra gli alberi e l’orizzonte
era il confine della terra, gatti
neri succhiavano latte da gonfie
mammelle di donna e spiriti invidiosi
passeggiavano oltre la gialla luce
dell’unico fanale sulla strada.
Uomini stanchi si lavavano
in bacinelle verderame
e la notte amavano donne nell’oscuro
silenzio con diritto di re.
Mia zia ebbe dodici figli e la cena
era un rito. Il padre tagliava
in trasparenze pane e vino e al centro
del tavolo regnava un grande piatto
di legumi.
Bimbo non piangere
o viene il lupo cattivo,
ninna nanna, ninna nanna.
Il succo di papavero nella bottiglia
ninna nanna, ninna nanna.
Il seno della madre sapeva di menta
ninna nanna, ninna nanna.
Dodici figli che parevano querce
ninna nanna, ninna nanna.
Lei aveva capelli neri sempre
unti d’olio d’oliva e la domenica
si mordeva le labbra a sangue.
Si pettinava sull’uscio di casa
con un pettine nero
ed aveva la testa brulicante
di pidocchi. Dormiva in una stanza
con undici fratelli
e la notte di San Giovanni rompeva
un uovo per decifrare il suo destino.
Nella terra il suo corpo
era un ciottolo al sole
dolce al morso delle tarante.
Undici fratelli la vegliavano
perché aveva neri capelli e neri occhi.
Quando il lupo mannaro ululava
negli ulivi e ogni suo capello nero
veniva raccolto perché il vento
non lo portasse via,
la zingara fece il malocchio al primo figlio,
il gatto nero tagliò la strada al secondo,
il terzo morì di vaiolo,
Mussolini mandò il quarto a morire in Africa,
il quinto emigrò il America e nessuno l’ha più rivisto,
il sesto lavora in Svizzera,
il settimo era un poliziotto e l’hanno ammazzato,
l’ottavo fa il muratore,
il nono l’extasy l’ha reso demenziale,
il decimo è un professore
e l’undicesimo un disoccupato;
e lei neri capelli neri occhi
continua a pettinarsi sull’uscio di casa.
X
L’uomo del sud
ha sempre la “ coppula”
Le toppe al sedere
e alle ginocchia,
i denti marci
E fuma una pipa annerita
Che puzza millenni.
L’uomo del Sud
Ha un paio di scarpe chiodate,
Un mocassino per la domenica,
Ma cammina sempre
A piedi nudi
E spera nella fortuna.
L’uomo del Sud
Ha la piazza, la bettola, gli amici,
un bicchiere di vino nero
e un corpo di donna paziente che aspetta
la fine del giorno.
XVIII
ANTENATI
L’uomo del Sud
Lavora dodici ore al giorno,
ha la pelle cotta dal sole,
Cammina a piedi nudi
Per non consumare scarpe,
Maledicendo la sua “ malasorte “
E non si sposa senza casa.
La donna del Sud
Vive aspettando giorni
Che il sole non ha mai illuminato,
spulciando grossi e neri pidocchi
da teste profumate di flit.
Umile e devota sacerdotessa
Della casa piena di Santi,
rammenda all’ombra del pergolato
tesori nascosti.
L’immagine che sta girando su internet con il nome EFFETTO FARFALLA mi appartiene con il nome di FARFALLA IO. Sono rimasto sorpreso nello scoprire che questa immagine gira su internet senza la mia autorizzazione.